lunedì 28 luglio 2014

Firenze - Come fu costruita la Cupola di Santa Maria del Fiore


La maestosa Cattedrale di Santa Maria del Fiore, orgoglio della Città di Firenze in ogni sua epoca, fu iniziata nel 1296 nel giorno 8 settembre. La Cupola era stata prevista più piccola dall'architetto originale, Arnolfo di Cambio; Quando la Città di Siena iniziò i lavori di ampliamento della propria cattedrale, i fiorentini vollero ancora una volta dimostrare di essere i migliori, e ampliarono il progetto con una Cupola di 45 metri, e un tamburo di 13. I lavori sarebbero dovuti essere svolti ad un'altezza di 55 metri dal suolo, un vero problema per l'epoca. Era l'anno 1420. Il progetto fu affidato a Filippo Brunelleschi, un promettente orafo, eccelso alchimista e architetto. Le ampie conoscenze della meccanica possedute dal Brunelleschi gli furono utili per costruire le macchine da lavoro. Le rivalità cittadine pur tuttavia vedevano favorito Lorenzo Ghiberti, altro artista di talento, al quale il Consiglio di Costruzione della Cupola dette il comando dei lavori; Filippo Brunelleschi, adirato per la scelta, si dette malato e senza la sua direzione i lavori si arrestarono. Ghiberti si definì incapace di continuare, fu destituito e Brunelleschi riabilitato come capocantiere. Appena l'altezza dei lavori si fece considerevole, nel 1426, Brunelleschi fece applicare alle impalcature un sistema di contrappesi e balaustre dimodoché i suoi operai non cadessero. La Cupola fu completata dieci anni più tardi, con un solo incidente mortale dovuto allo stato di ubriachezza dell'operaio: il Brunelleschi vietò di consumare alcolici sul lavoro, ed era l'anno 1422. Molto attento ai suoi lavoranti, Filippo Brunelleschi organizzò perfino delle impalcature con dei forni per i cuochi, in modo che i pasti fossero pronti e caldi direttamente sul luogo di lavoro, senza che gli operai scendessero e salissero in continuazione. 

Il segreto di una costruzione così ardua eppure riuscita sta nella tecnica edilizia di Brunelleschi. Egli applicò difatti su una base poligonale la tecnica della cupola a rotazione, sistemando i mattoni a spina di pesce, in modo da formare una elica cilindrica che creasse auto-sostegno. Inoltre, nelle cupole a basi ottagonali se i mattoni fossero stati messi e disposti secondo gli anelli ottagonali, in corrispondenza delle vele si sarebbero creati pericolosi angoli sul letto di posa, nel luogo ove gli sforzi dell'edificio sono maggiori. Per evitare quei pericolosi angoli sui raccordi delle vele, il Brunelleschi genialmente dispose i mattoni sugli otto costoloni della cupola, appartenenti a due vele adiacenti sul piano di giacitura, e ciascuno di questi piani è perpendicolare al corrispondente costolone di spigolo. In questo modo non si vennero a creare i famigerati angoli. Il Brunelleschi costruì una Cupola catenaria, che non necessitava così di rinforzi alla base per bilanciare il peso della costruzione, essendo all'interno un ellisse conico i cui meridiani erano sempre perpendicolari alle rispettive vele e costoloni. La Cupola interna, che regge tutta la struttura, ha uno spessore di 2, 20 metri; la Cupola esteriore protegge dalle intemperie quella interna. Nel 1436 Brunelleschi vinse il concorso per la decorazione della Cupola, dotandola così della Lanterna. 

La Cattedrale di Santa Maria del Fiore, con la sua cupola di 45 metri, è stata a lungo la Chiesa più grande della Cristianità. Adesso è la quarta in ordine di grandezza: San Pietro ( Roma), San Paolo ( Londra), il Duomo di Milano e infine di nuovo lei, in cima alla classifica. Un'opera imponente, costruita da un genio che, coi mezzi dell'epoca, ha costruito un gioiello che ancora oggi toglie il fiato, ogni volta che ci passiamo sotto. 

martedì 1 luglio 2014

Sighisoara nel Basso Medioevo e i "Sassoni di Transilvania"




Lo storico romeno Matei Cazacu, nella sua biografia sul Duca di Valacchia Vlad Tepes, detto Dracula ( ossia "il demone"), ci racconta anche di una delle etnie che popolavano la regione della Transilvania. Tra quelli che hanno colpito maggiormente la mia attenzione, tanto che ho voluto farci un articolo, sono i Sassoni di Transilvania, originali della Franconia Occidentale, stanziatisi nell'Alto Medioevo in questa regione, e nel Quattrocento ancora culturalmente indipendenti. 


Sighisoara: un borgo mercantile


Sighisoara era una delle città più importanti, assieme a Sibiu e Brasov, anche se la meno popolata fra queste, con appena duemila persone. Sibiu contava quattromila abitanti, Brasov seimila; questo è quanto emerge nel primo censimento effettuato nel XV secolo. Sighiosara aveva due cinte murarie, una per l'acropoli e una per la città bassa. Il governo della città era tripartito tra un Konigsrichter, ossia il Giudice della Stulh ( la confederazione delle città sassoni romene), tra il Sindaco e un Consiglio di Anziani. In città si parlava un dialetto germanico comune a trentacinque villaggi e borghi della regione,  raggruppati in tre capitoli ecclesiastici. Sighisoara era un luogo fortuito,  sorto sulla strada di collegamento tra Sibiu, il paese degli Szekely e la Valle di Mures, ricca di vigneti e terre coltivate: Sighisoara era una città mercantile, ricca di Corporazioni. Tra quelle segnalate troviamo calzolai, bottai, fabbri, tessitori, produttori di speroni, guantai, carradori, pellicciai, fonditori di campane, orafi, carpentieri, macellai, tornitori, muratori. La Città teneva il privilegio di poter tenere due fiere grandi all'anno, una prima di Quaresima e una la domenica dopo Pentecoste. Dal 1433 in poi i mercanti di Sighiosara ottennero privilegi mercantili in Moldavia.
I rampolli delle famiglie abbienti studiavano all'estero: le università di Vienna e Cracovia, nei registri che vanno dal 1377 al 1530, segnalano ben novantacinque giovani provenienti da Sighisoara. Il piccolo Dracula, che soggiornava nei suoi primi anni di vita proprio a Sighisoara, vide la costruzione della Chiesa di San Nicola ( 1345-1515) nella Città Alta e il Lebbrosario con la chiesetta annessa nella Città Bassa. L'attività edilizia nel Quattrocento era febbrile. 
Un dignitario ungherese in viaggio, Antonio Verancsics, nel Cinquecento ci ha regalato la descrizione dei costumi di questo popolo:
<< Hanno mantenuto fino ai nostri giorni costumi e lingua dei loro antenati. (...) i furti sono a loro ignoti; i cibi che mangiano sono sostanziosi, ma non raffinati. Sono molto dediti alla casa e desiderosi di accrescerne i beni e gli oggetti molto più che ogni altro popolo di questa provincia, e poiché non bramano i beni altrui, si accontentano tuttavia dei propri. Sono così desiderosi di costruire, di coltivare la terra e piantare vigneti, che nessun'altra terra in Transilvania è tanto bella e ricca e fertile di quella abitata dai Sassoni. I re d'Ungheria, vedendo questo, li hanno premiati con concessioni urbane e hanno permesso loro di circondare le proprie città con le mura. Oltre al censo abituale, viene loro chiesto del denaro ogni volta che i re lo desiderino, ed essi prontamente pagano volentieri, per nulla attaccati al denaro. (...) combattono a piedi, sono molto forti dietro le mura dei loro borghi, ma non resistono nelle battaglie in campo aperto. E' per questo che preferiscono partecipare ai conflitti col denaro, piuttosto che mandare le truppe. >>

L'Italiano Andrea Gromo ci informa che nel Cinquecento vi era una scuola cittadina sulla collina, offerta per tutti i bambini e pagata dal Comune stesso.

L'abbigliamento dei Sassoni

L'abito degli uomini è identico a quello degli ungheresi, ma con mantelli e tuniche più lunghi e ampi. Alcuni tra i sassoni non esitano a portare le loro pellicce pure nelle estati, anche col gran caldo, foderate di volpe o di lupo. I sacerdoti portano una veste color porpora, una cintura blu o rossa e sopra tutto ciò un lungo e ampio mantello che chiamano << reverenda >>. (1) L'abito delle donne non è molto appropriato alle ricorrenze: i vestiti sono stretti, impacciano i movimenti, e hanno pieghe solo lungo la schiena. Le donne lasciano scoperte la nuca e il collo fino alle spalle. Si coprono il petto con grandi placche d'oro e d'argento decorate con pietre preziose, ma sono così pesanti che appena queste signore si inchinano un po', scoprono già il seno, risvegliando per queste ragazze desideri illeciti o senso di vergogna in chi le guarda. Non si adornano le teste nè con ghirlande nè con nastri, ma portano i capelli sciolti. Indossano sovente un diadema di seta o d'argento, simile alle placche di cui sopra. Le donne maritate portano abiti lunghi e scuri, larghi e senza pieghe. Esse adoperano lunghi mantelli di pelo di coniglio non foderati, non ardiscono di indossare berretti nè di seta nè di pelliccia, ma usano un copricapo di cotone rosso o bianco. Inoltre, le vedove e le donne anziane si coprono il capo con un velo di cotone assai leggero. 

D. Frolich, Medulla Geographiae practicae

(1) ciò li identifica come ortodossi. La reverenda ancora oggi in lingua rumena è l'abito ecclesiastico ortodosso.

Rapporti con il mondo


I Sassoni transilvani erano posti all'interno del Regno d'Ungheria come "Confederazione" ( Universitas Saxorum ) composta da Nove Stuhle ( distretti) e dai due distretti indipendenti di Brasov e Bistrita. I rappresentanti delle Stuhle e i dignitari amministrativi e giudiziari si riunivano una volta l'anno, il 25 novembre, per deliberare su questioni di interesse generale e comune. Gli obblighi dei Sassoni verso gli Ungheresi erano i seguenti: il pagamento della tassa annuale, entro il giorno di S. Martino; pagamento della decima ecclesiastica; obbligo di fornire un numero fisso di soldati per l'esercito del Re - riscattabile in danaro; obbligo di fornire vitto e alloggio al Voivoda ( principe ) di Transilvania, più tardi esteso anche ai dignitari stranieri. Il Re d'Ungheria al contrario aveva l'obbligo di non porli sotto nessun nobile. Il diritto di costruire sempre le mura dei propri insediamenti comportò anche la nascita dei monasteri fortificati, sopratutto le chiese di villaggi al confine, denominate Kirchenburgen, con una architettura caratteristica che le identifica come sassoni. 

riadattato da: "Dracula" di Matei Cazacu

giovedì 20 febbraio 2014

La vita al castello di un Signorotto locale nell'Alto Medioevo

Si sa, chi lavora è il servo della gleba, colui che suda per il pane quotidiano, che vive se gli sta bene in case in pietra se siamo al nord, in laterizi se siamo al sud, se invece gli va male, in capanne di paglia o legno. Da chi dipende la vita del servus? dal dominus, dal Signore. Se prendiamo il periodo a cavallo con l'anno Mille, la situazione è alquanto interessante. La frammentazione feudale è all'apice, e offre occasioni a chi sa maneggiare le armi: ci si può fare anche da soli, se non si ha il sangue, ma se si sa combattere. Una ricerca francese del 1904 (1) offre una panoramica su 10'000 castelli, i quali distano tra loro non più di dieci chilometri. Si desume che i vassalli casati ( ossia "alloggiati", col proprio castello) fossero veramente tanti. 

Presupposti per la Signoria
Il Nobile, si sa, non cade dal cielo. Tramite l'investitura  - la quale sarà codificata più tardi, ma sicuramente doveva avvenire da molto tempo prima del XII secolo - un soggetto che ha reso importanti servigi al suo superiore - sia esso un grande vassallo a sua volta, o proprio al sovrano - viene insignito di un titolo più o meno ampio, che va dal semplice "cavalierato", ossia la possibilità di figurare a corte e di far parte dell'esercito in qualità di cavaliere, ad un titolo onorifico o reale, che comporta il governo di un territorio più o meno grande. In questo articolo ci occuperemo dei piccoli feudatari, non volendo scomodare Duchi di nessuna sorta, e neppure conti o marchesi. Generalmente le parentele di sangue hanno il gratificante effetto di essere nobili fin dal concepimento, e tutto ciò comporta privilegi ( o problemi ) di varia natura. Altrimenti, egli può esser divenuto signore per i servizi resi a importanti autorità, e lo abbiamo già detto. Ancora, egli può essere riconosciuto dopo essersi faticosamente creato il "suo" spazio: a capo di una banda, si era trovato un terreno incolto, lo aveva conquistato e vi aveva fatto valere i suoi diritti. Col tempo si era fatto riconoscere da un importante padrone della zona, il quale così lo ammette al rango di vassallo. Le armi in questo periodo fanno molte differenze. La "vestizione" del cavaliere avveniva dopo una cerimonia religiosa, nella quale venivano benedetti gli stendardi, le armi e il signorotto stesso dall'autorità ecclesiastica, alla presenza dei suoi pari, dei suoi superiori e del popolo. 

Il Castello e la sua economia

Immaginiamoci una famiglia sconosciuta, senza andare a cercare personaggi storici. Questo signorotto possiede il suo castello, volentieri in legno più che in pietra, circondato dal suo terreno diretto, nel quale magari vi è un villaggio e gli edifici di uso comune quali il forno, il pozzo, il mulino e i magazzini, che sono di sua proprietà e i quali sono soggetti a tassa d'uso: in altri termini, il servo che vuole usare un edificio comunitario deve pagare al signore un affitto. Accanto al terreno diretto abbiamo, se il possedimento è molto grande, delle porzioni di territorio affidate a contadini particolarmente agiati, i fittavoli, i quali a loro volta faranno lavorare i braccianti. Questi contadini sono entrambi obbligati a pagare la decima, ossia la percentuale sul raccolto, e a fornire prestazioni di validità comunitaria - costruzione o riparazione di infrastrutture, cinta muraria, lavori di varia utilità pubblica - le cosiddette corvée, che tuttavia risultavano molto onerose. L'agricoltura seguiva il ritmo stagionale e la rotazione triennale nei paesi mediterranei, quella biennale ( cereali un anno, pascolo/maggese il secondo) nei paesi nordici. 

la piccola corte del feudatario


Ogni signorotto che si rispetti doveva avere dietro di sè un séguito. Nel medioevo, l'uomo senza importanza non aveva nessuno accanto. Le donne di casa, moglie e figlie, non erano affatto confinate in ginecei di alcuna sorta, ma tutto sommato erano libere. Seguivano i suoi "fidi" come il comandante delle guardie, lo scrivano - il quale fungeva da segretario, da contabile e da molti altri ruoli culturali - e lo scudiero, che spesso era il figlio di una famiglia nobile alleata, e il maniscalco, ossia il guardiano dei cavalli, che presso le corti regie era una figura tenuta in gran conto. Il siniscalco era invece il servitore più anziano, una sorta di maggiordomo.
Comparivano poi, se si era fortunati, qualche chierico istruito, un erborista o un sedicente medico, uno studente di passaggio che aveva deciso di fermarsi; un poeta, un giullare. Le aule dei castelli erano comunque un ambiente vivo solamente di sera, quando calava la luce vesperale, perché la vita medievale si svolgeva all'aperto. Il Signore andava a caccia, col falcone o con la lancia, a cavallo; partecipava a tornei nelle signorie vicine o ne ospitava una egli stesso; si muoveva spesso in guerra, andava in pellegrinaggio se era pio, altrimenti andava in città regie o episcopali a combinare affari o a cercare il favore dei potenti, se era uomo di mondo. Sul mobilio medievale, sono rimaste davvero pochissime tracce, essendo di legno. Per quanto riguarda gli ospiti, alla tavola del nobile potevano benissimo esserci figli di altri nobili che egli stesso si era preso in carico come guardiani e scudieri, per istruirli; del resto, i suoi stessi figli erano coppieri o in affido presso altre famiglie con le quali vi erano vincoli d'amicizia o di sangue. 

Il feudo e la Chiesa

Una situazione particolare. Il feudatario considerava il sacerdote che predicava nel proprio territorio come un proprio suddito, ma quest'ultimo spediva le proprie decime alla propria sede episcopale, quindi spesso convergevano opposti interessi sul curato di villaggio. Senza dubbio i potenti ecclesiastici erano signori essi stessi, e disponevano di eserciti personali al pari dei laici. Ma se parliamo del sacerdote comune, ancora nel Mille sposato e quindi poco propenso ai viaggi, i rapporti erano di sana sudditanza. Il sacerdote era un servo del proprio signorotto, ma quest'ultimo cercava ad ogni modo di non scontentarlo, anche perché poteva incorrere in sanzioni che andavano dallo sborso di denaro alla scomunica, qualora il suddetto feudatario fosse eretico o desse modo di dubitare. La Chiesa certo benediva il ruolo del nobile, e aveva premura che i suoi figli ricevessero educazione. 

Il Signorotto e la guerra

La guerra è l'occupazione preferita del nobilotto medievale, secondo molte cronache dell'epoca. Il Signore poteva chiamare a raccolta tutti i suoi sudditi. La cavalleria era composta dai membri ricchi del feudo, che provvedevano da soli al mantenimento del cavallo, delle armi e dell'entourage che serve a tenere un tenore così alto: servitori, scudieri, maniscalchi, attrezzature per la pulizia delle armature, e quant'altro. La maggior parte della truppa, la fanteria, era composta dalla servitù e dalla "middle class" dell'epoca, ossia dagli artigiani o dai maestri di qualche attività, che grazie alle proprie entrate riuscivano a garantirsi un'arma decente e una protezione. Il soldato che proviene dalla classe dei servi, equipaggiato dal Signore stesso, solitamente aveva armi di seconda mano e armature leggere, o veniva messo nei tiratori. Le macchine da guerra costavano molto ed erano appannaggio del feudatario molto ricco, che le offriva all'armata. 

L'abbigliamento signorile e la cucina 
Concludo l'articolo sul signorotto laico con una piccola panoramica sugli abiti e sulle abitudini culinarie. Innanzi tutto, cosa si mangiava? Carne, carne e carne, cotta prevalentemente alla griglia o su rudimentali piastre, o su spiedini; la carne molto spesso era cacciata dal Signorotto stesso: tutto ciò tranne che in Quaresima o negli altri periodi digiunali prescritti dalla Chiesa, nelle quali si mangiava il pesce. Anche il tipo di pane era diverso: era bianco, di farina fine, mentre il volgo solitamente mangiava pane nero e il pane bianco era quello delle feste. L'uso ordinario di bevande alcoliche, quali vino e birra, per ogni pasto e non solo per le occasioni, è pure uno dei punti del menù di un aristocratico medievale. A concludere segnalano qualche dolce, prevalentemente a base di miele. Le spezie, che dopo le crociate saranno talmente diffuse da essere acquistabili da tutti, sono ancora invece piuttosto ricercate nell'anno Mille e arrivano solo alla tavola dei potenti. Formaggi, legumi, frutta e verdure di stagione accomunavano ricchi e poveri. Si mangiava con le mani, la forchetta ancora non era di moda; per tagliare i bocconi alla tavola dei signori vi era un apposito servo, che faceva i pezzetti in cucina, e  la carne era servita già spezzettata su ampie fette di pane o su focacce: questo identico modo di servire l'ho visto fare ancora oggi ad un ristorante etiope, dove sono bandite le forchette. Per quanto concerne l'abbigliamento, Rodolfo il Glabro ci  propone la seguente descrizione, per la verità non molto rosea ("indecenti" sono gli abiti), dell'abbigliamento dei signori che arrivarono a rendere omaggio al sovrano, provenienti dalla Aquitania, al seguito della regina Costanza. Tuniche corte dalle maniche pendenti con orli ricamati, con brache strette e fatue; le calzature sono dotate di "orecchie" che bordano i calzari, e infine indossano una cintura talmente stretta che accentua in modo ambiguo il posteriore. E parliamo di maschi: devo dar ragione al buon monaco Rodolfo, il quale aggiunge che oramai tutti in Francia e anche in Borgogna seguono queste mode a dir poco "piene di vanità". 
A quanto pare capelli lunghi, barba non rasata e tuniche lunghe erano la moda preponderante nell'Alto Medioevo al contrario un po' ovunque, e una certa filmografia ci ha tramandato questo genere di Medioevo. Diamola per buona. 

fonte:
La vita quotidiana nell'anno mille - Fabbri Editori
(1) effettuata da Camille Enlart su tutta la Francia.

giovedì 9 gennaio 2014

Il Sant'Uffizio della Chiesa di Roma: l'Inquisizione tra storia e mitologia




Veniamo subito ad un primo punto. Che cosa viene in mente appena si parla di Inquisizione? Viene in mente il rogo, la morte per rogo. Nell'immaginario popolare si pensa che i tribunali dell'Inquisizione siano stati istituiti per mandare tutti gli eretici al rogo. Si pensa che tutti gli inquisiti, tutti coloro che cadevano nelle terribili braccia dell'inquisitore finivano al rogo. Questo è quello che si pensa, questo è quanto molto spesso ci viene detto ed insegnato e affermazioni di questo genere zittiscono ogni possibile difesa. Noi ci domandiamo: le cose stanno proprio così? Vediamo qualche dato storicamente documentato, che ci aiuti a formulare un giudizio più vicino alla verità storica. Innanzitutto, va precisato che la condanna al rogo per gli eretici era una pena stabilita dal diritto penale e non dal diritto canonico. Non esiste nel diritto canonico la condanna al rogo. Fu uno dei più grandi avversari della Chiesa Cattolica e del Cristianesimo, l'imperatore Federico II di Svevia, che dichiarò per tutto l'impero (1231-2) - e lui era la massima autorità dell'impero e poteva farlo, allora, - l'eresia come crimine di lesa maestà, e stabilì la pena di morte per gli eretici. Ogni sospetto doveva essere tradotto davanti a un tribunale ecclesiastico e arso vivo se riconosciuto colpevole. Dunque, è vero che quando il tribunale dell'Inquisizione abbandonava un eretico al braccio secolare, questi veniva condannato a morte dalla giustizia secolare, se non si pentiva, ma non era la Chiesa a condannarlo a morte, né era la Chiesa ad ucciderlo. La Chiesa si limitava a riconoscerlo come eretico che rifiutava ogni pentimento. Era il diritto penale e il braccio secolare della legge che prevedevano la morte ed eseguivano la sentenza. Detto questo, entriamo un pò nel merito e qui emergono sorprese: quale stupore ci coglie tutti se esaminiamo quante sono state le condanne al braccio secolare. L'esame dei dati ci indica che i tribunali dell'Inquisizione furono estremamente benevoli, furono molto prudenti nel consegnare gli eretici al braccio secolare. I dati, documentati storicamente, non mancano, basta conoscerli. Facciamo l'esempio di Bernardo Guy, che ha esercitato con una certa severità l'ufficio di inquisitore a Tolosa. Bene: dal 1308 al 1323 egli ha pronunciato 930 sentenze. Abbiamo l'elenco completo delle pene da lui inflitte: 132 imposizioni di croci - 9 pellegrinaggi - 143 servizi in Terra Santa - 307 imprigionamenti - 17 imprigionamenti platonici contro defunti - 3 abbandoni teorici al braccio secolare di defunti - 69 esumazioni - 40 sentenze in contumacia - 2 esposizioni alla berlina - 2 riduzioni allo stato laicale - 1 esilio - 22 distruzioni di case -1 Talmud bruciato - 42 abbandoni al braccio secolare e 139 sentenze che ordinavano la liberazione degli accusati. L'Inquisizione di Pamiers ci fornisce i seguenti dati: dal 1318 al 1324 furono giudicati 98 imputati. Due furono rilasciati - per 21 manca ogni informazione e per questo si pensa che non subirono condanne - 35 condannati alla prigione e 5 abbandonati al braccio secolare. I rimanenti 25 furono assolti. Queste proporzioni valgono anche per quella considerata la più terribile delle Inquisizioni, quella spagnola. Lo storico danese Gustav Henningsen ha analizzato statisticamente 44.000 casi di inquisiti tra il 1540 e il 1700 e ha rilevato che l' 1°/o fu giustiziato. L' 1% ! Questi dati contestano il mito della crudeltà dell'Inquisizione spagnola. E non solo. Lo storico statunitense Edward Peters ha confermato questi dati. Sentiamo che cosa scrive: "La vellutazione più attendibile è che, tra il 1550 e il 1800, in Spagna vennero emesse 3000 sentenze di morte secondo verdetto inquisitoriale, un numero molto inferiore a quello degli analoghi tribunali secolari"'. Come vedete, grazie a questi dati, va sfatata la leggenda che tutti coloro che venivano giudicati dall’Inquisizione finivano a rogo. È una leggenda che gli storici hanno smontato, ma che perdura ancora nell'immaginario popolare. Almeno noi cattolici evitiamo di farci raggirare da essa. La Tortura Veniamo ad un secondo punto. Dopo il rogo, appena si parla di Inquisizione, l'altra cosa che viene in mente è la tortura. Sappiamo che la tortura veniva applicata dai giudici inquisitori. Vi erano precise disposizioni ecclesiastiche che stabilivano la liceità di costringere l'Inquisito a confessare la sua colpa. La procedura inquisitoriale ha fatto ricorso alla tortura. Essa fu ordinata con la bolla Ad extirpanda di Papa Innocenzo IV il 15 maggio 1252. Leggiamo il passo di questa bolla che ci interessa: "II podestà o il rettore della città saranno tenuti a costringere gli eretici catturati a confessare e a denunciare i loro complici". Ora, di solito i denigratori dell'Inquisizione si fermano qui. E noi restiamo senza parole. Ma si dimenticano di dirci che nella stessa bolla si precisa che la tortura degli imputati non doveva "far loro perdere alcun membro o mettere la loro vita a repentaglio e, assolutamente, non doveva prevedere perdita di sangue". Dunque, si prevede una tortura, ma una tortura che non può provocare mutilazioni, non può far morire il torturato. E non solo. Si prevede anche che la tortura non poteva durare, di regola, più di 15 minuti, che si poteva applicare una sola volta, che non poteva essere ripetuta e che la confessione così ottenuta non aveva alcun valore ai fini del processo se non era confermata dall'imputato dopo due giorni e in condizioni normali. Ma fermiamoci un momento a riflettere. Ci rendiamo conto che queste disposizioni ecclesiastiche riguardanti la "tortura" avrebbero fatto sorridere i professionisti della tortura del nostro secolo? Le testimonianze di coloro che sono finiti sotto tortura dei nazisti o dei loro degni compari comunisti ci hanno descritto veramente che cosa è la tortura e chi ha ascoltato queste testimonianze si accorge subito che la tortura prevista dalle procedure inquisitoriali è semplicemente dilettantesca. Ma andiamo avanti. Sappiamo che la tortura fu applicata con somma cautela e solo in casi eccezionali. I Papi ripeterono più volte che la tortura non poteva essere spinta fino alla perdita di un membro e ancor meno fino alla morte. Si poteva applicare solo quando tutti gli altri mezzi di investigazione erano stati esauriti. Ancora una cosa: non poteva decidere arbitrariamente l'Inquisitore, magari troppo ansioso della ricerca della verità. Doveva esserci anche il parere favorevole del vescovo, e spesso vescovo e giudice inquisitore non andavano d'accordo. Oggi abbiamo informazioni precise su quante volte venne applicata la tortura: -nelle 636 sentenze iscritte nel registro di Tolosa dal 1309 al 1323, la tortura fu applicata una sola volta. -A Valertela, dal 1478 al 1530 si celebrarono 2354 processi. La tortura si applicò in tutto 12 volte. Come si vede da questi dati, non solo la tortura era estremamente più leggera di quelle che la nostra epoca, che non è un'epoca cristiana, ha escogitato, ma veniva applicata raramente, praticamente quasi mai. Le Garanzie Veniamo ad un terzo punto. Quando parliamo di Inquisizione si pensa sempre a giudici il cui potere sarebbe stato così totale, così assoluto, così insindacabile che può essere paragonato a quello esercitato nei moderni sistemi totalitari. Ora, anche in questo caso bisogna sfatare questa leggenda. Non è affatto vero che i giudici inquisitoriali fossero onnipotenti e che, di conseguenza, l'imputato non avesse alcuna garanzia di un equo processo. Dobbiamo subito precisare che gli inquisitori erano costantemente controllati. Papa Innocenzo IV (1246) e papa Alessandro IV (1256) ordinano ai provinciali e ai generali dei Domenicani e dei Francescani di deporre gli inquisitori dei loro ordini che, a causa della loro crudeltà, avessero provocato proteste popolari. Come si vede, il papa del tempo teneva conto dell'opinione pubblica e ordinava di punire il giudice inquisitore che avesse provocato proteste popolari e fosse andato contro la Parola. Non solo. Al Concilio di Vienna, papa Clemente V (1311) fulminò di scomunica - scomunica da potersi togliere solo in articulo mortis e sotto riserva della riparazione del danno - l'Inquisitore che avesse approfittato delle sue funzioni per ottenere guadagni illeciti e per estorcere agli accusati somme di denaro. Andiamo avanti. I Vescovi avevano l' obbligo di segnalare al Papa tutti gli abusi che venivano commessi nel corso della procedura e di denunciare i colpevoli. Lo stesso obbligo era imposto a tutti quelli che, prestando aiuto agli inquisitori, erano in ogni istante testimoni dei loro atti. Capitò anche che i vescovi di Reims e di Sens avvisarono il Papa che Robert La Bougre, un domenicano, era un inquisitore crudele. Roma indagò, questo Inquisitore viene destituito e addirittura incarcerato (1239). Altro che onnipotenza ! Altro che potere insindacabile dei giudici inquisitoriali. Questa leggenda va sfatata.

Bibliografia
Christopher F. Black Storia dell’Inquisizione in Italia

venerdì 13 dicembre 2013

I Comuni italiani e le agenzie mercantili nell'Oriente Latino

Molto interessante a mio avviso il rapporto tra le città-stato italiane e i regni sorti dopo la Prima Crociata. Già nel 1098 i Genovesi avevano soccorso i crociati partecipando all'assedio di Antiochia. Boemondo, in virtù della loro prodezza, concesse alla Città di Genova l'uso di un fondaco ( un gruppo di magazzini con una corte centrale), di un pozzo e di tredici case. Le Città marinare di Pisa, Genova e Venezia furono le maggiori presenze in Oriente, ma anche città come Saint-Gilles o Narbona e le comunità sicule si erano fatte sentire in Oriente, con molto minor peso e la loro presenza era di carattere diverso. Sugli italiani invece possiamo dire che era un vero e proprio mondo commerciale, non privo di lembi di terra che appartenevano in toto al comune, tanto da creare in città grandi come Antiochia, Acri e Tripoli dei veri "quartieri", che altro non erano se non piccole piazzeforti degli stati italiani. Solitamente ogni città italiana possedeva nei centri abitati crociati una chiesa, un molo, un fondaco e una serie di abitazioni per chi, tra gli italiani, aveva deciso di trasferirsi. Il carattere mercantile dei quartieri italiani difatti rendeva questa permanenza molto particolare: nella maggior parte dei casi la città lasciava un proprio ambasciatore detto "console" e il suo entourage nella città, a carattere fisso ( quindi viveva in Terrasanta) mentre la maggior parte dei cittadini del quartiere vi rimaneva solo quei giorni necessari allo smercio, per poi ripartire per mare. Difatti, più che di case, è bene parlare di veri e propri alberghi. I servigi che le città marinare svolgevano per i regni crociati erano di indubbia importanza: smercio di armi e di prodotti occidentali e orientali, trasporto di truppe fresche e pellegrini dall'Occidente, servizio postale. Difatti, non di rado i sovrani crociati fecero importanti lasciti ai Veneziani e ai Genovesi per i loro meriti: fu con la conquista di Cesarea nel 1104 che i Genovesi ottennero infatti del Santo Graal, che fu poi condotto a Genova e che divenne parte dello stemma per tutto il Medioevo. Alcune donazioni molto importanti da ricordare sono per i Veneziani la concessione di Boemondo II di un terzo della città di Tiro alla Serenissima, con la clausola di dover giurare atto di vassallaggio a lui in quel quartiere. Per i Genovesi invece Bertrando, per impadronirsi di Tripoli, donò alla Repubblica un castello nelle vicinanze della città, l'ampliamento del loro quartiere e un terzo della città!Occorre anche dire che questi quartieri avevano l'esenzione dalle imposte ( dei regni ove erano ospitati), diritti giudiziari privati - il privilegio di avere un tribunale gestito dai propri concittadini - e il privilegio di extraterritorialità, con tutte le varianti del caso. Il console difatti giurava fedeltà al Re crociato, ma anche rinnovava la sua fedeltà al Comune di appartenenza. Spesso queste agenzie mercantili divenivano vere e proprie colonie, tant'é che molti prodotti orientali come seta, sapone, zucchero e profumi passeranno solamente attraverso le comunità italiane verso i mari occidentali. Purtuttavia, almeno per tutto il XII secolo, i principali canali commerciali erano ancora Alessandria d'Egitto e Costantinopoli. Il mercato crociato più importante senza dubbio era Acri: pepe, spezie, incenso, droghe medicinali, profumi, sete, zucchero, avorio, marocchino, mussola, cotone, indaco, allume, ceramiche, vino, olio... tutto passava per Acri. D'altro canto l'Occidente inviava sui mercati orientali carne, grano, frutta secca, vino decisamente di miglior qualità. I mercanti vendevano, e si rifornivano di nuova merce nello stesso porto, col risultato che le navi non erano mai vuote; e ciò influì sullo sviluppo enorme della pirateria musulmana nel basso Medioevo. Sempre su Acri, Matteo di Parigi ci annota con grande stupore che il Signore di Acri otteneva dalla città, come tassa mercantile, qualcosa come 50'000 lire annue: un decimo delle entrate che riceveva il Re di Francia sui suoi interi domini. E' una cifra enorme, contando come gli sgravi fiscali e le esenzioni per i Comuni o per singoli mercanti particolarmente cari fossero anche molto generosi. Le agenzie mercantili, tuttavia, non erano solamente in mano agli italiani: è interessante la Confraternita di Mosserin, i cui fratelli si davano al commercio di pietre preziose fin dal 1221, famosa per essere stata invischiata nei conflitti etnici tra fazioni cristiane ad Acri tra il 1256 e il 1290. Questa Confraternita era infeudata all'Ordine del Tempio, sebbene fosse composta, si dice, prevalentemente da cristiani di rito nestoriano. Il complesso rapporto monetario tra regni, che dopo la Prima Crociata diventa a dir poco labirintico, viene affidato prevalentemente agli Ordini Cavallereschi del Tempio e dell'Ospedale, coi loro cambiavalute disposti in fondachi autonomi. Eppure, i sempre-verdi nomi delle famiglie italiane sono sempre presenti. 

Da: "La Grande Storia delle Crociate" di Jean Richard

giovedì 14 novembre 2013

Medioevo - Situazione religiosa in Oriente dopo la Prima Crociata ( XII secolo)



A seguito della conquista di Gerusalemme nel 1099 si formò con rapidità disarmante una società mista di franchi e di "orientali": siriani, armeni, bizantini, musulmani. Legami familiari si intrecciano: musulmani ricevono il battesimo, armeni e siriani sono liberi di mantenere i loro culti, purché riconoscano il nuovo Patriarca "latino" di Gerusalemme come pienamente valido. I musulmani sono lasciati liberi di seguire la religione di Maometto purché paghino una tassa di religione - procedimento che loro stessi avevano adottato in Egitto o in Sicilia verso i cristiani. Gli Ebrei, a dispetto di quanto si dice, furono in seguito lasciati liberi e non subirono ritorsioni. L'eccidio della conquista di Gerusalemme derivò da un mancato seguito all'ordine impartito dai capi franchi, che avevano comandato di non ritorcersi contro la popolazione della città santa. Ma fu inutile. 

Fin dal 1098 i crociati si ritrovarono con cattedrali espropriate agli emiri, e non appena vi entravano, riconoscendovi una sede cattedrale, senza troppo preoccuparsi di quale giurisdizione ecclesiastica fossero, vi insediavano qualcuno dei numerosi vescovi che avevano seguito la Crociata, poiché i vescovi orientali erano in parte fuggiti o prigionieri dell'esercito musulmano. L'asservimento dei vescovi orientali al patriarca latino si può dire che fu la tattica che Urbano II aveva comandato fin dall'inizio, quando ancora mostrava di volersi egli stesso imbarcare. Non fu assolutamente difficile prendere possesso dell'antica e nobile sede patriarcale di Antiochia; mentre nel regno di Gerusalemme il susseguirsi dei patriarchi latini (alias franchi) seguì un iter preoccupante. L'elezione di Arnolfo di Choques era senza dubbi irregolare, difatti fu deposto da Daimberto, che sfruttò i suoi poteri di legato papale, appena sei mesi dall'elezione. Eppure lo stesso Daimberto fu spodestato da un certo Evremaro. Un nuovo legato depose quest'ultimo e venne eletto a Patriarca. Arnolfo riprese possesso della sede patriarcale sfruttando il suo titolo di Arcidiacono del Santo Sepolcro, carica influentissima che di fatto era la porta d'ingresso per il seggio episcopale. L'appoggio di Re Baldovino ad Arnolfo fece il resto. Le sedi di Cesarea, Scipoli e Petra furono ricostituite solo nel 1101, ma Scipoli perse il ruolo episcopale in favore di Nazareth nel 1128. Betlemme sarà elevata a sede vescovile nel 1099. Il Papa di turno mai si preoccupò di interferire con la nascita di queste sedi, purché lo commemorassero - la commemorazione era fin dall'antichità un modo ufficiale di dichiararsi parte di una giurisdizione ecclesiastica. Gerusalemme annetté dopo ampie proteste da parte dell'Arcivescovato di Tiro anche le sedi episcopali della Fenicia, Nel 1168 si aggiunsero altre sedì: Kerak, Ebron e Sebaste, ove vi è la tomba del Precursore, Giovanni il Battista. Questo enorme numero di vescovati lascia ritenere che i franchi alzassero a vescovato tutte quelle città che erano meta di pellegrinaggio. Ben presto si pose un problema: le chiese ortodosse e la chiesa cattolico-romana, nonostante lo scisma del 1054, erano ancora molto simili, ed entrambe avevano firmato il Concilio dei Sardi, nel quale si vietava la coesistenza di due vescovi nella stessa sede. Un grande problema per il clero cattolico appena insediato! Si risolse col compromesso: i "greci" avrebbero insediato in ogni sede un vicario patriarcale, al quale il clero ortodosso locale avrebbe obbedito. Ma questo vicario avrebbe giurato, in teoria, fedeltà al vescovo latino. Eppure, nonostante le premesse per un disastro religioso, le fedi cristiane mai si combatterono troppo. Abbiamo notizie di conversioni al cristianesimo latino da parte di greci e armeni, sia da latini verso l'ortodossia, frutto dei matrimoni misti.
Gerusalemme era la città principalmente coinvolta nella rete di pellegrinaggi che partiva dall'Europa. I regni cristiani avevano una sottile rete di locande, prebende, alloggi e ospedali per pellegrini, gestiti tanto dai laici quanto dalle chiese, e non si era mai lasciati soli. Già abbondavano i procacciatori e venditori di "reliquie" per le strade delle città. Gli Ordini Cavallereschi assicuravano una relativa pace per le strade, e si occupavano di seguire le carovane di pellegrini per proteggerle dagli assalti della feccia o dai musulmani. Un vasto mercato di oggettistica sacra era in funzione già durante la marcia dei crociati, e si intensificò con il consolidarsi d

FONTE

storia delle crociate, Jean Richard - volume I






martedì 5 novembre 2013

Medioevo - L'esperienza del primo convento femminile, ad Arles ( VI secolo)

Nel 513 il Vescovo San Cesario di Arles redige una regola per delle vergini che vogliono vivere in congregazione presso la chiesa di Saint-Jean, in quella parte di Gallia invasa dai Franchi. Siamo agli albori del Medioevo. Purtroppo ciò che rimane del monastero di Saint-Jean-le-Moustier non ci consente di ricostruire la struttura del Monastero, ma è possibile ricostruire fedelmente la vita di queste monache dell'Alto Medioevo, del primo nucleo occidentale di una congregazione femminile. San Cesario prese a modello la Regola di San Benedetto da Norcia, sebbene per le donne non avesse previsto grandi rinunce in  cibo e bevande, ritenendo già sufficiente la grande privazione della verginità perpetua. Il periodo di noviziato durava genericamente un anno, anche se la Madre Badessa aveva la facoltà di decidere se allungare o meno il periodo di prova valutando caso per caso. San Cesario insiste sulla povertà di spirito e quella del corpo: la postulante non può divenire novizia se prima non ha dato tutto ciò che possedeva. Non vi sono ricche e plebee: ognuna delle monache veste un abito bianco cucito dalle consorelle e tutte non hanno che un letto, i libri per la preghiera e gli oggetti quotidiani. Nella Regola di San Cesario notiamo con una certa impressione come egli prescriva per le sue monache dei frequenti bagni, sollecitandole spesso durante tutto il programma.

Ogni giorno le monache ricevevano una certa quantità di lana da filare in silenzio. La pratica del silenzio era molto rispettata. A turno ciascuna cucinerà per le altre, e infine dedicheranno almeno due ore del giorno alla lettura silenziosa delle Scritture.

Oltre allo studio e alla frequentazione dei Sacri Uffici, compito specifico delle monache di Arles era la cura degli ammalati, sistemati in una infermeria non lontano dal complesso monastico. Le consuetudini di questo monastero sono raccontate in modo molto dettagliato da una raccolta del IX secolo:
La monaca si alza a mezzanotte e recitando il salmo XXIV ad te Domine levavi animam meam si affretta verso l'oratorio dopo aver velocemente sopperito alle necessità corporali e alla vestizione, e si unisce alle sue consorelle, si inchina dinnanzi all'altare e si pone in preghiera silente. Il campanello segnerà il momento in cui il coro inizierà a leggere l'ufficio. Concluso il canto la congregazione torna al riposo fino alle sei del mattino, quando iniziano le Laudi. In queste sei ore è previsto il silenzio assoluto. Alle Laudi succedono l'Ufficio dell'Ora Prima e poi la Confessione dei Peccati in pubblico, dinnanzi a tutta l'assemblea. Dopo un periodo di riposo vanno a lavarsi, e successivamente seguono la Messa della mattina e cantare l'Ora Terza. La Celleraia e coloro che sono deputate ad aiutarla preparano la colazione, composta da un quarto di libbra di pane e da delle bevande. Durante il pasto vige silenzio assoluto e nessuno può mangiare finché la Badessa non si siede e da il permesso. La Badessa invita la Lettrice a leggere brani di libri di Padri della Chiesa, di Detti o di Sacre Scritture. Al limite vengono letti proclami imperiali qualora siano di portata anche nel Monastero. Dopo il pasto esse si recano alla sala capitolare nella quale la Cantora ( colei che gestisce il coro) espone il santo del giorno, il calendario e la luna. Sempre nel Capitolo si legge un brano della Regola e si ha la pubblica confessione, nella quale le suore indicano i peccati le une alle altre, e ricevono l'assoluzione dal cappellano;  Segue una pausa di libertà nella quale le suore possono parlare nel chiostro o altrove, purché non siano in chiesa, nei dormitori o nel refettorio: in questi luoghi il silenzio è assoluto ad ogni ora. A mezzogiorno c'è l'ufficio di Sesta e una seconda Messa, dopo la quale le suore si lavano le mani: vengono battuti i famosi "cento colpi" sui piatti o sul cimbalo per invitare le suore a pranzo. Dopo il pasto segue la siesta, dove le suore dormono o leggono, o passeggiano nel chiostro. Al risveglio si canta la Nona, e ad un cenno della Madre Badessa esse possono andare a bere un bicchiere di vino, tenuto in serbo dal pranzo sul tavolo della mensa. Tre colpi di cimbalo segnano l'inizio del lavoro manuale; la giornata si conclude alle sei, con un pasto leggero, seguito dai Vespri, e al tramonto canteranno la Compieta, dopodiché saranno spente le lampade e le monache potranno andare a dormire. La clausura non esisteva nei conventi femminili dell'Alto Medioevo - essa sarà resa regola formale solo sotto Bonifacio VIII nel 1298 - e le suore potevano uscire due a due, purché per faccende inerenti il convento, i poveri, i bisognosi o loro stesse,  ed erano tenute a non bighellonare. Abbiamo quindi un ritratto di una vita viva: le suore erano copiste, miniaturiste, contadine e molto altro, e si occupavano dalla vita scolastica dei fanciulli, sia maschi che femmine.

FONTE
Régine Pernoud, la donna al tempo delle cattedrali - RIZZOLI